La ricorrenza del 6 Aprile potrebbe essere un’occasione per avviare un dibattito su che cosa è da intendersi per cultura oggi. Si potrebbe partire da una serena analisi di ciò che è avvenuto nella zona del cratere, dove il sisma ha prodotto una cancellazione parziale dei percorsi simbolici sui quali si era nel tempo costruito il tessuto culturale e identitario del contesto aquilano, per arrivare a capire se lo smarrimento è tale solo per la rapidità con cui è venuto a mancare molto di ciò che chiamiamo cultura o se il processo di decadenza era già in atto, così come si sta verificando da più parti in l’Italia. Probabilmente emergerebbe che i cittadini aquilani hanno dovuto prendere atto traumaticamente e improvvisamente che la realtà culturale è stata frantumata, privata di luoghi significativi non perché non ci sono più, ma per il fatto che non sappiamo più scoprirne il linguaggio e comprenderne il messaggio. Tutto ciò per dire che L’Aquila oggi potrebbe essere il simbolo di ciò che sta accadendo o potrebbe accadere anche in altri luoghi. E allora cosa fare? Rimanere a guardare I segni della decadenza scritti nelle pietre,nelle macerie non ancora rimosse, le quali fino a poco tempo fa facevano parte di capitelli, di archi, di volte e parlavano un linguaggio ricco di messaggi significativi ed educativi, vorrebbe dire che si è rinunciato all’impegno necessario per tornare a vivere la cultura dei luoghi.Un atteggiamento rinunciatario che porterebbe alla raccolta di tante informazioni molto superficiali, che soddisfano nell’immediato e quasi mai entrano nel processo di sedimentazione dell’appreso per costruire epistemologie disciplinari corrette, indispensabili per favorire sintesi. Tra l’altro la settorializzazione dei saperi, unita alla specializzazione degli stessi, ha già prodotto delle nicchie distanti e distinte che non riescono a legarsi tra loro per produrre nuove ipotesi, nuove ricerche .
Per usare un linguaggio molto di moda oggi, che è quello di Bauman, anche i legami tra persone, come tra saperi sono diventati liquidi. L’Aquila oggi vive in questa situazione di liquidità culturale, che esaspera la separazione, già spinta verso gli eccessi da forme di individualismo preesistenti. Infatti tutti siamo alla ricerca dei luoghi dell’incontro, della familiarità significante degli oggetti del quotidiano, dei suoni delle campane delle Chiese e della Torre di piazza Palazzo, della preziosità dei torrioni del Castello, degli affreschi di Palazzo Quinzi e di Palazzo Branconio; potremmo continuare nella citazione e servirebbe a poco, perché prima che del terremoto esistevano fisicamente,ma erano già stati dimenticati da coloro che avevano deturpato le mura,avevano soffocato piazze e monumenti dietro colate di cemento, che non avevano disegnato strade e luoghi d’incontro, capaci di favorire relazioni e dialogo. Questi non luoghi sono quelle periferie che hanno alimentato la speculazione , che hanno condizionato e ancora condizionano le regole del vivere civile, che hanno costretto al silenzio le menti pensanti per dare voce a una committenza privata e pubblica chiusa ad ogni forma di dialogo e lontana da ogni tentativo di ricerca.
L’Aquila può ,anzi deve diventare un grande laboratorio culturale nel quale avviare la ricerca di nuove modalità, di nuovi percorsi, che devono vedere impegnate uomini e donne aquilane e non, capaci di parlare al mondo come è avvenuto nel passato.Ciò che ha fatto grande L’Aquila è stata la ricchezza di pochi,messa a disposizione di artisti, artigiani,architetti, storici ,letterati, scienziati, i quali hanno sempre sentito il bisogno di confrontarsi con il resto del mondo, e per questo si sono aperti a nuove conoscenze e a nuove esperienze.
La storia ci insegna che l’uomo è uscito dalle situazioni difficili facendo ricorso alle sue straordinarie doti di intelligenza, aperta al confronto e all’apporto dei saperi veri; anche agli Aquilani, sembrerà strano,si è presentata una grande opportunità.Infatti, dovunque si pronuncia la parola L’Aquila, c’è una risposta, ci sono dei segnali che denotano desiderio di collaborazione, richiesta di dialogo, di vicinanza.Sono tanti coloro che in questi due anni sono venuti a curiosare per capire cosa era realmente accaduto a L’Aquila ed hanno avuto l’opportunità di scoprire che era ed è una città ricca di storia,una storia dove i terremoti hanno segnato , hanno lasciato traccia con le distruzioni, ma la forza e la tenacia degli uomini virtuosi ,unite alla determinazione l’hanno fatta rinascere interessante come prima.E’ vero che i terremoti hanno in parte cancellato la bellezza delle tracce originarie,ma non hanno consentito agli uomini di occultare la profondità della storia.
Ed oggi cosa stiamo facendo? Invece di tacere o dialogare in solitudine rivolgiamoci a coloro che vengono a curiosare, a studiare, a ricercare;ma dobbiamo essere in grado di accoglierli,di dialogare con loro, di fare rete, di mettere a punto una strategia, di avviare una ricerca.
E le risorse dove trovarle?Uniamo le tante buone intenzioni manifestate in molteplici occasioni,mettiamo in campo le risorse umane presenti sul territorio,sottoscriviamo un Patto di Alleanza, accantoniamo i protagonismi inutili e le rivalità povere e ricominciamo con il tessere dei sentieri che utilizzano codici semplici, ma significativi,perché portatori di messaggi forti che vanno da quello del perdono a quello del dialogo con la natura, alla ricerca dei valori condivisi che avvicinano e non dividono Ritroviamo la capacità di disegnare luoghi e di scrivere saperi che parlino alla coscienza e alla mente dell’uomo, che suggeriscano rispetto e attenzione per l’altro.L’Aquila come luogo nuovo di elaborazione culturale, come il luogo del riscatto dell’uomo che di fronte ad una forzata presa d’atto della violenza della natura riscopre e si rafforza nella convinzione che non è fuori dal circuito culturale, ma può, al contrario,essere il punto di partenza di un percorso nuovo, di un messaggio di riscoperta del ruolo della cultura e della ricerca, per ritrovarsi, dopo lo smarrimento pronta a un impegno che include anche coloro che possono darci di più e meglio.In tale dibattito, fatto di intese, di condivisione, di intenti, di rigore non solo formale si devono ricomporre i segni dei vecchi e dei nuovi “tratturi”, cercando di definire una certa continuità decifrabile nel tempo e nello spazio.Il patrimonio della nostra cultura deve essere reso riconoscibile, leggibile da molti e deve saper coniugare i tratti della modernità con i resti del passato.Gli sforzi compiuti finora hanno dato dei risultati.Cosa dire dell’eleganza della cupola della Chiesa del Soccorso, dove la leggerezza delle strutture metalliche sospinge lo sguardo verso l’alto e la mente e il cuore vengono proiettati verso una visione trascendente della vita .In questo caso il viaggiatore o l’uomo della strada non sente il peso della lacerazione, del danno, della discontinuità,ma scopre che si può guardare avanti perché il messaggio, in quel caso di elevazione spirituale, continua ad esserci.Quella cupola è un luogo che dialoga con l’uomo, perché lo induce a riflettere, a pensare , a trasferire immagini nuove e a confrontarle con quelle precedenti; è evocativo di ricordi, sollecita approfondimenti e curiosità.Tutto ciò richiede una cabina di regia,che non può essere affidata alla politica, la quale deve imparare ad ascoltare di più la voce della società civile pensante per cogliere, anzi per raccogliere e sostenere il progetto culturale.
Per attuare tutto ciò bisognerà procedere continuando nell’opera di ricostruzione intelligente di ciò che è possibile recuperare subito,di tutto ciò che continua a parlare agli Aquilani e al mondo intero.Questa consapevolezza servirà a dare nuove certezze, nuovi punti di riferimento, ad allontanare le paure e i timori di un destino impietoso e avverso, contro il quale è inutile muoversi.Non è una sfida quella che si vuole tentare ,è molto di più,perché è l’avvio di una profonda riflessione su ciò che siamo diventati e su ciò che abbiamo smarrito.Ricercare l’uomo,scoprire nel volto dell’altro anche il nostro volto:ricercare e progettare, uscire dal processo di secolarizzazione che ci ha chiusi in solitudine ,che ha reso povera la nostra cultura.E’ necessario venir fuori dall’attuale proposta culturale, ridotta ad un martellamento di notizie, trasmesse senza controllo alcuno dalle TV, dalle radio,dai giornalini , dall’uso della parola accattivante per distogliere le menti ,per distrarle dalla riflessione.Il rinnovamento culturale passa anche attraverso un nuovo e consapevole diritto di cittadinanza, attraverso un rapporto fiduciario con le Istituzioni e dal riconoscimento del valore di cui è portatore l’altro. Penso che dovremmo ritrovare l’umiltà necessaria per ascoltare chi ci è accanto, chi ha qualcosa da dirci. Questa disponibilità potrebbe contribuire a far uscire dal caos.Ritrovare i punti riferimento in un indefinito e paradossale percorso dove si intrecciano voci declamanti,ma isolate, senza che si faccia riferimento ad un qualcosa e a qualcuno,non facilita la ricerca, perché un minimo di trama sulla quale tessere la ragnatela è d’obbligo.Il ragno nel tessere può anche essere solo, ma ha bisogno di punti fermi ai quali ancorare la struttura portante;anche il cittadino aquilano ha bisogno di una trama sulla quale muoversi, di punti fermi che sono i riferimenti,che non possono essere dettati dall’esterno, ma chi è all’esterno può concorrere nell’individuazione e nel riconoscimento degli stessi.Per esempio ci siamo domandati qual è il rapporto che passa tra l’interessante messaggio culturale che proviene dai siti archeologici e dell’ager amiternino e il nostro passato?Tutto ciò faciliterebbe l’acquisizione di consapevolezze e di certezze nuove utili per riprendere con maggiore fiducia la spinta a credere nella capacità della cultura di essere elemento dirimente nella vita dell’uomo, degli uomini.
E’ un sapere molto trainante, molto di più di altre risorse.
Valorizzare i siti, facendoli parlare ai giovani, sottraendoli ai non linguaggi delle pseudo movide, dei luoghi comuni, che sotto l’apparente appagamento del bisogno di stare insieme, nascondono altro,tutto ciò che spinge ad esasperati comportamenti di violenza, a forme di bullismo che non trovano tra l’altro alcuna forma di repressione né a scuola né per strada.Quello che viene lamentato spesso come bisogno di normalità si perde nei meandri del disordine permanente. La riduzione del danno è un elemento in più da tener presente in un rinnovato progetto culturale;sarebbe un grande errore tenere i giovani lontani da ciò che quotidianamente calpestano, non aiutarli a capire e a vedere di che cosa è fatto e da dove viene.Lasciamoli parlare i giovani, diamo voce alle menti non usate, educhiamoli anche al silenzioso rispetto, a farsi consapevolmente parte attiva del progetto, facendo se serve anche un passo indietro per ascoltare la voce della saggezza di alcuni adulti.
Apriamo i nostri cortili ad un nuovo umanesimo, attiviamo la ricerca di noi stessi perché, come diceva Socrate, senza di essa la vita non è degna di essere vissuta, nel contempo ritroviamo l’utilizzo condiviso della ragione.Questo nuovo umanesimo deve essere capace di ascoltare il singolo,visto che la tecnologia causa la scomparsa dello spazio interiore.Va ritrovata o trovata una grammatica umana che unisca.
” La crisi della fede è crisi della fiducia,non solo in Dio, ma anche nell’umanità e negli altri .”dice Enzo Bianchi
Elda fainella