W i referendum!!!

June 13th, 2011 by admin

Cari amici, vedendo i risultati del referendum non posso che rallegrarmi perché l’Italia ha mostrato molta più maturità di quella che a volte si immagina. La straordinaria partecipazione degli elettori dimostra, inoltre, che la gente vuole riappropriarsi della politica ed esserne protagonista. La valanga di sì ai quattro quesiti referendari deve far riflettere chi ci governa e far sì che la legge elettorale venga subito cambiata perché solo in questo modo gli italiani potranno tornare a scegliere liberamente e con coscienza chi dovrà governare. Mi auguro, infine, che i tanti giovani amministratori eletti nell’ultima tornata amministrativa si adoperino affinchè questo risultato non vada perso.

Buona serata!

+ don Giovanni D’Ercole

L’Aquila e la cultura oggi di Elda Fainella

May 14th, 2011 by admin

La ricorrenza del 6 Aprile potrebbe essere un’occasione  per avviare un dibattito su che cosa è da intendersi per cultura oggi. Si potrebbe  partire da una serena analisi di ciò che è avvenuto nella zona del cratere, dove il sisma ha prodotto una cancellazione parziale dei percorsi simbolici sui quali si era nel tempo costruito il tessuto culturale e identitario  del contesto aquilano, per arrivare a capire se lo smarrimento è tale solo per la rapidità con cui è venuto a mancare molto di ciò che chiamiamo cultura o se il processo di decadenza era già in atto, così come si sta verificando da più parti in l’Italia. Probabilmente emergerebbe che i cittadini aquilani hanno dovuto prendere atto traumaticamente e improvvisamente che la realtà culturale  è stata frantumata, privata di luoghi significativi non perché non ci sono più, ma per il fatto che non sappiamo più scoprirne il linguaggio e comprenderne il messaggio. Tutto ciò per dire che L’Aquila oggi potrebbe essere il simbolo di ciò che sta accadendo o potrebbe accadere anche in altri luoghi. E allora cosa fare? Rimanere a guardare I segni della decadenza scritti nelle pietre,nelle macerie non ancora rimosse, le quali fino a poco tempo fa facevano parte di capitelli, di archi, di volte e parlavano  un linguaggio  ricco di messaggi significativi ed educativi, vorrebbe dire che si è rinunciato all’impegno necessario per tornare a vivere la cultura dei luoghi.Un atteggiamento rinunciatario che porterebbe alla raccolta di tante informazioni molto superficiali, che soddisfano nell’immediato e quasi mai entrano nel processo di sedimentazione dell’appreso per costruire epistemologie disciplinari corrette, indispensabili per favorire sintesi. Tra l’altro la settorializzazione dei saperi, unita alla specializzazione degli stessi, ha già prodotto delle nicchie distanti e distinte che non riescono a legarsi tra loro per produrre nuove ipotesi, nuove ricerche .

Per usare un linguaggio molto di moda oggi, che è quello di Bauman, anche i legami tra persone, come tra saperi sono diventati liquidi. L’Aquila oggi vive in questa situazione di liquidità culturale, che esaspera la separazione, già spinta verso gli eccessi da forme di individualismo preesistenti. Infatti tutti siamo alla ricerca dei luoghi dell’incontro, della familiarità significante degli oggetti del quotidiano, dei suoni delle campane delle Chiese e della Torre di piazza Palazzo, della preziosità dei torrioni del Castello, degli affreschi di Palazzo Quinzi e di Palazzo Branconio; potremmo continuare  nella citazione e servirebbe a poco, perché prima che del terremoto esistevano fisicamente,ma erano già stati dimenticati da coloro che avevano deturpato le mura,avevano soffocato piazze e monumenti dietro colate di cemento, che non avevano disegnato strade e luoghi d’incontro, capaci di favorire relazioni e dialogo. Questi non luoghi sono quelle periferie che hanno alimentato  la speculazione , che hanno condizionato e ancora condizionano le regole del vivere civile, che hanno costretto al silenzio le menti pensanti per dare voce a una committenza privata e pubblica chiusa ad ogni forma di dialogo e lontana da ogni tentativo di ricerca.

L’Aquila può ,anzi deve diventare un grande laboratorio culturale nel quale avviare la ricerca di nuove modalità, di nuovi percorsi, che devono vedere impegnate uomini e donne aquilane e non, capaci di parlare al mondo come è avvenuto nel passato.Ciò che ha fatto grande L’Aquila è stata la ricchezza di pochi,messa a disposizione di artisti, artigiani,architetti, storici ,letterati, scienziati, i quali hanno sempre sentito il bisogno di confrontarsi con il resto del mondo, e per questo si sono aperti a nuove conoscenze e a nuove esperienze.

La storia ci insegna che l’uomo è uscito dalle situazioni difficili facendo ricorso alle sue straordinarie doti di intelligenza, aperta al confronto e all’apporto dei saperi veri; anche agli Aquilani, sembrerà strano,si è presentata una grande opportunità.Infatti, dovunque  si pronuncia la parola L’Aquila, c’è una risposta, ci sono dei segnali che denotano  desiderio di collaborazione, richiesta di dialogo, di vicinanza.Sono tanti coloro che in questi due anni sono venuti a curiosare per capire cosa era realmente accaduto a L’Aquila ed hanno avuto l’opportunità di scoprire che era ed è una città  ricca di storia,una storia dove i terremoti hanno segnato , hanno lasciato traccia con le distruzioni, ma la forza e la tenacia degli uomini virtuosi ,unite alla determinazione l’hanno fatta rinascere interessante come prima.E’ vero che i terremoti hanno in parte cancellato la bellezza delle tracce originarie,ma non hanno consentito agli uomini di occultare la profondità della storia.

Ed oggi cosa stiamo facendo? Invece di tacere o dialogare in solitudine rivolgiamoci a coloro che vengono a curiosare, a studiare, a ricercare;ma dobbiamo essere in grado di accoglierli,di dialogare con loro, di fare rete, di mettere a punto una strategia, di avviare una ricerca.

E le risorse dove trovarle?Uniamo le tante buone intenzioni manifestate in molteplici occasioni,mettiamo in campo le risorse umane presenti sul territorio,sottoscriviamo un Patto di Alleanza, accantoniamo i protagonismi inutili e le rivalità povere e ricominciamo con il tessere dei sentieri che utilizzano codici semplici, ma significativi,perché portatori di messaggi forti che vanno da quello del perdono a quello del dialogo con la natura, alla ricerca dei valori condivisi che avvicinano e non dividono Ritroviamo la capacità di disegnare luoghi e di scrivere saperi che parlino alla coscienza e alla mente dell’uomo, che suggeriscano rispetto e attenzione per l’altro.L’Aquila come luogo nuovo di elaborazione culturale, come il luogo del riscatto dell’uomo che di fronte ad una forzata presa d’atto della violenza della natura riscopre e si rafforza nella convinzione che non è fuori dal circuito culturale, ma può, al contrario,essere il punto di partenza di un percorso nuovo, di un messaggio di riscoperta del ruolo della cultura e della ricerca, per ritrovarsi, dopo lo smarrimento pronta a un impegno che include anche coloro che possono darci di più e meglio.In tale dibattito, fatto di intese, di condivisione, di intenti, di rigore non solo formale si devono ricomporre i segni dei vecchi e dei nuovi “tratturi”, cercando di definire una certa continuità decifrabile nel tempo e nello spazio.Il  patrimonio della nostra cultura deve essere reso riconoscibile, leggibile da molti e deve saper coniugare i tratti della modernità con i resti del passato.Gli sforzi compiuti finora hanno dato dei risultati.Cosa dire dell’eleganza della cupola della Chiesa del Soccorso, dove la leggerezza delle strutture metalliche sospinge lo sguardo verso l’alto e  la mente e il cuore vengono proiettati verso una visione trascendente della vita .In questo caso il viaggiatore o l’uomo della strada non sente il peso della lacerazione, del danno, della discontinuità,ma scopre che si può guardare avanti perché il messaggio, in quel caso di elevazione spirituale, continua ad esserci.Quella cupola è un luogo che dialoga con l’uomo, perché lo induce a riflettere, a pensare , a trasferire immagini nuove e a confrontarle con quelle precedenti; è  evocativo di ricordi, sollecita  approfondimenti e curiosità.Tutto ciò richiede una cabina di regia,che non può essere affidata alla politica, la quale deve imparare ad ascoltare di più la voce della società civile pensante per cogliere, anzi per raccogliere e sostenere il progetto culturale.

Per attuare tutto ciò bisognerà procedere continuando nell’opera di ricostruzione intelligente di ciò che è possibile recuperare subito,di tutto ciò che continua a parlare agli Aquilani e al mondo intero.Questa consapevolezza servirà a dare nuove certezze, nuovi punti di riferimento, ad allontanare le paure e i timori di un destino impietoso e avverso, contro il quale è inutile muoversi.Non è una sfida quella che si vuole tentare ,è molto di più,perché è l’avvio di una profonda riflessione su ciò che siamo diventati e su ciò che abbiamo smarrito.Ricercare l’uomo,scoprire nel volto dell’altro anche il nostro volto:ricercare e progettare, uscire dal processo di secolarizzazione che ci ha chiusi  in solitudine ,che ha reso povera la nostra cultura.E’ necessario venir fuori  dall’attuale proposta culturale, ridotta ad un martellamento di notizie, trasmesse  senza controllo alcuno dalle TV, dalle radio,dai giornalini  , dall’uso della parola accattivante per distogliere le menti ,per distrarle dalla riflessione.Il rinnovamento culturale passa anche attraverso un nuovo e consapevole diritto di cittadinanza, attraverso un rapporto fiduciario con le Istituzioni e dal riconoscimento del valore di cui è portatore l’altro. Penso che dovremmo ritrovare l’umiltà necessaria per ascoltare chi ci è accanto, chi ha qualcosa da dirci. Questa disponibilità potrebbe contribuire a far uscire dal caos.Ritrovare i punti riferimento in un indefinito e paradossale percorso dove si intrecciano voci declamanti,ma isolate, senza che si faccia riferimento ad un qualcosa e a qualcuno,non facilita la ricerca, perché un minimo di trama sulla quale tessere la ragnatela è d’obbligo.Il ragno nel tessere può anche essere solo, ma ha bisogno di punti fermi ai quali ancorare la struttura portante;anche il cittadino aquilano ha bisogno di una trama sulla quale muoversi, di punti fermi che sono i riferimenti,che non possono essere dettati dall’esterno, ma chi è all’esterno può concorrere nell’individuazione e nel riconoscimento degli stessi.Per esempio ci siamo domandati qual è il rapporto che passa tra l’interessante messaggio culturale che proviene dai siti archeologici e  dell’ager amiternino e il nostro passato?Tutto ciò faciliterebbe l’acquisizione di consapevolezze e di certezze nuove utili per riprendere con maggiore fiducia  la spinta a credere nella capacità della cultura di essere elemento dirimente nella vita dell’uomo, degli uomini.

E’ un sapere molto trainante, molto di più di altre risorse.

Valorizzare i siti, facendoli parlare ai giovani, sottraendoli ai non linguaggi delle pseudo movide, dei luoghi comuni, che sotto l’apparente appagamento del bisogno di stare insieme, nascondono altro,tutto ciò che spinge ad esasperati comportamenti di violenza, a forme di bullismo che non trovano tra l’altro alcuna forma di repressione né a scuola né per strada.Quello che viene lamentato spesso come bisogno di normalità si perde nei meandri del disordine permanente. La riduzione del danno è un elemento in più da tener presente in un rinnovato progetto culturale;sarebbe un grande errore tenere i giovani lontani da ciò che quotidianamente calpestano, non aiutarli a capire e a vedere di che cosa è fatto e da dove viene.Lasciamoli parlare i giovani,  diamo voce alle menti non usate, educhiamoli anche al silenzioso rispetto, a farsi consapevolmente parte attiva del progetto, facendo se serve anche un passo indietro per ascoltare la voce della saggezza di alcuni adulti.

Apriamo i nostri cortili ad un nuovo umanesimo, attiviamo la ricerca di noi stessi perché, come diceva Socrate, senza di essa la vita non è degna di essere vissuta, nel contempo ritroviamo l’utilizzo condiviso della ragione.Questo nuovo umanesimo deve essere capace di ascoltare il singolo,visto che la tecnologia causa la scomparsa dello spazio interiore.Va ritrovata o trovata una grammatica umana che unisca.

” La crisi della fede è crisi della fiducia,non solo in Dio, ma anche nell’umanità e negli altri .”dice Enzo Bianchi

Elda fainella

30 secondi

April 6th, 2011 by admin

Quante cose si possono fare in trenta secondi?

Certo, dipende. Una cosa piacevole in mezzo minuto quasi non la godi nemmeno, ma se trenta secondi scandiscono il tempo per qualcosa di spiacevole allora la musica cambia. Immaginiamo di trattenere il fiato per trenta secondi e sicuramente questo breve lasso di tempo diventa interminabile. In provincia dell’Aquila, alle tre e mezzo circa del mattino del 6 aprile scorso, sono bastati trenta interminabili secondi per mettere in ginocchio intere comunità uccidendo poco meno di 300 persone. Trecento fra donne, uomini e bambini che in quel drammatico mezzo minuto non sono riusciti a mettersi in salvo perdendo la vita fra le macerie delle loro abitazioni. Stava dormendo l’Aquila, e stavano dormendo Onna, Paganica, San Gregorio, Coppito… e tutti i paesi limitrofi quando la natura ha deciso di scatenarsi. Nemmeno l’ospedale è stato risparmiato. Trenta secondi e poi niente… il buio, la polvere, le grida. In trenta secondi riesci a malapena a svegliarti, cerchi di capire quello che sta accadendo. Pensi ai figli, alla moglie. Alzarsi, scappare. Ma dove? Da quale parte?

Per le strade c’è un assoluto scompiglio; la polvere non ti fa vedere nulla. La gente vaga per le vie in cerca di un riparo. Si cercano, si contano. Scappano con niente addosso mentre ancora tutto minaccia di crollare. “Una cosa indescrivibile, che non si riesce nemmeno ad immaginare”, mi racconta un amico per telefono due giorni dopo, “la violenza del sisma è stata inconcepibilmente feroce”, e poi continua, “è terribile, ho perso casa  ma… l’importante è essere tutti vivi!”

I soccorsi si mettono in moto subito, migliaia di Vigili del Fuoco arrivano poche ore dopo l’accaduto; ma da dove cominciare? Cosa fare? Tutt’intorno è il caos più assoluto.

Nei primi giorni è prioritario cercare fra le macerie qualche segnale, un rumore, qualsiasi indizio che possa servire a trovare chi ancora è la sotto, sepolto, forse vivo. Dopo pochi giorni il bilancio è definitivo, non manca più nessuno ed ai rimasti non rimane che la disperazione per i parenti o gli amici persi. Una settimana dopo la città, sbarrata, chiusa, è deserta. Ti guardi attorno e vedi solo devastazione e trecento vittime ti sembrano poche in proporzione a quello che c’è perché giornali e televisione non riescono a rendere bene l’idea per quanto esagerino. Non si riesce a passare che per poche vie, tutto è crollato. Ti colpisce il silenzio, la desolazione, l’abbandono. Una città dovrebbe essere sempre viva, anche quando non si lavora, anche a Pasqua. Solo qualche squadra di soccorritori si fa largo fra le macerie per raggiungere la zona a loro destinata perché è il momento di ripristinare le cose più essenziali. La gente avrà presto bisogno di entrare in casa a recuperare quelle poche cose indispensabili ed allora occorre mettere in sicurezza le vie, gli edifici. Si lavora per molte ore al giorno con la paura per le continue scosse, con il rischio che quei fragili equilibri possano rompersi al minimo alito di vento. Dall’alto la percezione di quanto è accaduto è ancora maggiore; non c’è una via, una piazza un edificio che non presenti danni e ti chiedi come avranno affrontato l’emergenza i primi arrivati. Molte luci sono ancora accese ed anche qualche televisore manda bagliori dalle finestre. In trenta secondi riesci forse a capire che devi scappare figuriamoci se riesci a pensare di chiudere il gas, spegnere luci e tv e magari a chiudere a chiave la porta, se c’è ancora una porta. Nel contempo arrivano in massa gli aiuti e ci si adopera per fornire rifugio alle migliaia di persone sfollate. Qualcuno ancora dorme in macchina. Vengono allestiti campi di emergenza, si montano tende, bagni, cucine da campo e tutto il necessario per dare l’essenziale a chi ha perso tutto. È difficile coordinare tutto questo, ma con impegno e professionalità si superano gli ostacoli; e poi c’è la gente. Persone umili che si adoperano sin da subito per aiutare ed organizzare. Un’azione di “autosoccorso” dalla quale si profila subito il carattere della popolazione: gente volenterosa che si è già rimboccata le maniche e con la voglia di ricominciare.

L’imponenza del Gran Sasso crea un clima particolare e l’aria del mattino è frizzante. Già di buon ora, coperti con il poco che hanno trovato nei campi, in molti si mettono in coda per richiedere di essere accompagnati in casa per recuperare quelle poche cose che veramente contano: vestiti, biancheria, soldi e qualche prezioso. Con il passare delle ore il sole riscalda e si è costretti a svestirsi un po’ ma la coda è sempre lunga e l’attesa snervante. La precarietà degli edifici e la scarsa viabilità non permettono di muoversi in molti. Si deve garantire un livello di sicurezza accettabile e per questo i pompieri accompagnano le persone solo in quelle case che vengono ritenute “buone” a tale scopo altrimenti… ci si fa spiegare dove stanno le cose, di cosa hanno bisogno e, con il cuore in gola, si prova a fare il possibile per dare un po’ di conforto alla gente. Mettere mano nella roba d’altri è molto imbarazzante, ci si sente a disagio. Si ha come l’impressione di violare la privacy e l’intimità delle persone, ma poi ti rendi conto che tutto ciò porta un po’ di sollievo alla gente. Molti arrivano con il biglietto, la lista delle cose da prendere, ma come arrivano in casa vengono assaliti dallo sconforto, dalla tristezza e dalla paura. In quei momenti rivivono gli attimi terribili della scossa. Qualcuno realizza fra le lacrime che di tutto ciò che aveva ora non è rimasto gran che nella consapevolezza che tutto sarà da rifare. Altri si illudono che con una stuccata qua e la ed una ritinteggiata tutto si possa sistemare. Comunque quasi tutti concretizzano che passata l’euforia della sopravvivenza ora si ha lo sconforto per la perdita di tutto ciò per cui si è lavorato nella vita: la casa e tutto quello che contiene. Si deve fare in fretta, tutto è pericolante e la paura di nuove scosse mette agitazione. Si svuotano armadi, cassetti, comodini e poco importa se si stropicciano i vestiti o ci si lascia le impronte delle mani sporche, l’importante è recuperare quante più cose utili nel più breve tempo possibile. I più concreti non perdono tempo per le costose scarpe appena comperate ma tengono di più a ritrovare, oltre gli effetti personali indispensabili, anche quelli insostituibili come le foto e tutto quello che possa rappresentare i ricordi più cari. Quando entri nelle abitazioni ti assale un’ansia alla quale difficilmente ti ci abitui ed il vedere i letti disfatti, le cose lasciate così come stavano accrescono in te il senso della fuga, la paura. Ti racconta, la gente, di quegli sconvolgenti momenti, di come sono fuggiti e di come, per caso, non sono rimasti sepolti dalle macerie. Qualcuno, insistendo, dopo la prima scossa delle undici e mezzo di sera, è riuscito a far dormire il figlio adolescente nel letto dei genitori e ti accorgi che proprio in camera del figlio il letto è sepolto sotto la parete ancora intera crollata sullo stesso. O quelle ragazze, che per far coraggio alla mamma sola, hanno deciso di dormire con lei nel lettone e nel fragore del terremoto tutto crolla, anche i mobili sospesi della cameretta che cadono sui letti appiattendoli. C’è chi invece ha deciso di andare a dormire da amici, per farsi coraggio e compagnia, e li, purtroppo, ha trovato la morte. Le vie tornano deserte quando il sole fa capolino e l’umidità della sera comincia a farsi sentire. Girando per le strade ti rendi conto di quanto sia stata ferita la città. Si percepisce uno stato di abbandono, di immobilità. Saltano subito agli occhi i segni della fuga; alcune corde e delle lenzuola, annodate alla bene meglio ai davanzali o ai balconi. Sono ancora lì a testimoniare la veloce evasione dalla catastrofe.

Ma la gente reagisce, si organizza, affronta da subito l’emergenza sostenendosi vicendevolmente. Alcuni sono sistemati sulla costa, negli alberghi, altri si sistemano in camper o in roulotte magari in disuso da qualche tempo. Diversi improvvisano tettoie e baracche con materiali d’emergenza recuperati fra le macerie al fine di trovare riparo dalla pioggia, per riunirsi almeno a mangiare tutti assieme al coperto e protetti dal vento. E poi c’è Don Juan. Don Juan de Dios Vanegas, un trentanovenne prete colombiano che quando lo incontri pensi a tutto fuorché sia un prete. Veste in modo informale come i tanti giovani della sua comunità alla quale è molto legato. In poco tempo organizza un campo completo di mensa e cucina. Si fa mandare tende, docce, bagni e tutto l’occorrente per fornire vitto ed alloggio a circa trecento persone. È un modo, mi dice, per tenere la gente unita, per non farla fuggire. Molti sono sulla costa ma presto torneranno e troveranno tutta la comunità ad accoglierli in un modesto campo ma dove non manca nulla. Quasi tutti collaborano alla gestione ed organizzazione del campo sotto l’attenta regia di Juan che gestisce il tutto aiutato dal fratello minore, arrivato in Italia quattro anni fa dopo la scomparsa del padre. Gli vogliono tutti bene a Don Juan, sopratutto i giovani che lo sostengono con il loro affetto. Una delle prime cose a cui ha pensato è stata quella di fare comunicare la gente, le famiglie. Dispersa in giro un po’ dappertutto, la gente ha necessità di comunicare, di risentire una voce amica, di un famigliare e da questo ricavarne conforto. E quindi, a chi chiedeva cosa occorreva nell’immediato, Juan rispondeva che viveri e vestiti bastavano ma servivano ricariche per i cellulari per permettere di contattare chi stava lontano, per consolare ed essere consolati, per rincuorare chi stava in pena ed abbassare la preoccupazione a chi non aveva più notizie dopo il disastro. L’ho conosciuto per caso. Dovevo consegnare a qualcuno una campana recuperata dalla sommità di un campanile e che minacciava di cadere in strada. Un biglietto sulla porta della chiesa diceva: ogni venerdì messa in spagnolo, per informazioni contattare Don Juan al numero 348……. Così lo chiamo e mi chiede di andarlo a prendere al posto di controllo perché non lo fanno entrare. Vuole, con l’occasione, recuperare alcune cose importanti dalle due chiese che gestisce nella zona: il Santissimo, i crocefissi, qualche statua di pregio, ma sopratutto i registri, quelli antichi. Li vi si trova scritta la storia di secoli di intere comunità. A sera riportiamo la campana al campo e subito siamo accolti da un caloroso applauso e fermarsi a cena diventa un obbligo. Chiacchierando scopri che Gignano, un piccolo paesello alle porte dell’Aquila, non ha più niente. C’era solo la chiesa di 80 metri quadrati che spesso fungeva anche da posto di ritrovo, di svago. In occasione dei mondiali di calcio, Juan ha chiesto ed ottenuto dal Vescovo, il permesso di installare in chiesa un televisore: “sa, Eccellenza,per permettere alla mia comunità di condividere assieme la felicità e le emozioni di certi momenti”. “Che forte”, mi dice, “la tv rivolta verso l’ingresso, in segno di rispetto all’altare e tutti a contenere le urla ad un tono riguardoso per il luogo, e chi, quando proprio non ne poteva fare a meno, doveva scaricarsi con qualche imprecazione, se ne usciva fuori all’aperto”. La bella serata attorniati dal calore della gente presto finisce. In fondo qualcosa di positivo lo si riesce sempre a trovare. Queste comunità, nella tragedia, sono diventate più unite e sono diventati più forti i legami fra le persone. Così ti accorgi che ne esci più maturo, che sei tu alla fine a venire confortato, che  non serve strafare, che il tuo semplice aiuto conta comunque molto e che quest’Aquila, seppur profondamente ferita, ha ancora la forza di risollevarsi e riprendere a volare.

                                                                                              Moreno Togni

Vicini ai terremotati giapponesi

March 12th, 2011 by admin

                                                                                                      Ai  Frati della Provincia Immacolata  Concezione

                                                                                                       del Giappone

            Cari fratelli, che da tanti anni nel nome di San Francesco operate al servizio del Vangelo in Giappone! Ricordo la mia visita di alcuni anni or sono a quei luoghi del Giappone dove in questi giorni il terremoto ha causato immani danni e disastri, ma non ha spento la speranza.

            Il Giappone da sempre abituato a tali cataclismi sa affrontarli con dignità ed è un esempio per tutti noi. Come vescovo inviato dal Santo Padre in questa città, L’Aquila, che ha conosciuto anch’essa il terremoto due anni fa, il 6 aprile 2009, sento il bisogno di esprimere solidarietà a chi è stato così violentemente colpito. Solidarietà spirituale nella preghiera per le vittime e per le famiglie colpite. La piccola, minuscola presenza della comunità cristiana che vive nelle zone colpite dal terremoto possa avvertire la nostra vicinanza umana e spirituale.                     Vicinanza umana e spirituale che si allarga a tutta la società senza differenza di religione e cultura.

       Nel nome di Dio ci possiamo ritrovare tutti uniti e solidali nel dolore certi che, pur in mezzo alle più grandi tragedie, Iddio non ci abbandona e la potenza del suo amore ci sostiene e ci da la forza di guardare al futuro con coraggio.

            A voi, cari frati, fedeli seguaci di San Massimiliano Maria Kolbe, chiedo di trasmettere come potete alle popolazioni colpite dal terremoto la vicinanza della nostra comunità aquilana ecclesiale e civile. Come le popolazioni del Giappone ci sono state vicine in occasione del terremoto del 6 aprile 2009, così oggi noi vogliamo essere vicino a loro. Grazie per il servizio che voi rendete a questa mia richiesta e vi sono grato se mi farete sapere che cosa, nel nostro piccolo, anche noi aquilani possiamo fare per i nostri amici del Giappone duramente provati dal terribile terremoto e dallo tsunami dei giorni scorsi.

L’Aquila, 12 marzo 2011

                                                                     + Giovanni D’Ercole

                                                              Vescovo Ausiliare de L’Aquila

Vi racconto la fede di Obama

February 14th, 2011 by admin

Mi è capitato di prendere parte la scorsa settimana ad un evento americano che nella cattolica Italia sarebbe oggi inimmaginabile:il National Prayer Breakfast , incontro che si ripete da 59 anni e che raccoglie deputati e senatori americani con membri del governo federale e rappresentanti della politica, della cultura e delle religioni provenienti dal mondo intero.

In verità ogni giovedì in una sala del Senato, non lontano dalla Casa Bianca, si tiene il Prayer Breakfast a cui prendono parte senatori e membri del Congresso democratici e repubblicani: una singolare colazione che non è di lavoro ma di “preghiera”. Un modo per cercare di capirsi e di ricercare l’intesa al di là delle differenze politiche facendo appello al messaggio universale di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio incarnato per i cristiani e personaggio modello di comunione e di pace per altri appartenenti ad altre confessioni religiose.

Ma il giovedì della prima settimana di febbraio ogni anno diventa un evento straordinario per il numero di partecipanti, per la presenza di personalità del mondo e soprattutto perché interviene il Presidente degli Stati Uniti. Se fosse possibile replicare il Nationa Prayer Breakfast in Italia, ne guadagnerebbe la nostra politica, ma da noi purtroppo la fede, sempre più, è da confinare dentro le Chiese e guai a farne cenno in pubblico: sarebbe attacco alla laicità.

Eppure gli Americani hanno appreso la fede cristiana proprio da quella stessa Europa che di recente, grazie a stati cattolici tra i quali il Portogallo l’Irlanda, la Spagna e il Belgio, ha respinto la mozione presentata dall’Italia sugli attacchi ricorrenti ai cristiani, la cristianofobia.

Che succederebbe se un giorno il nostro capo di stato o di governo parlassero così in pubblico, come il Presidente Barak Obama? Il quale ha affermato che se in famiglia non ha avuto una vera educazione religiosa, da giovane ha cominciato ad approfondire la fede e a frequentare la comunità cristiana sino ad accettare “Gesù come Signore e Salvatore della mia vita”.

La fede – ha detto – è stata e rimane il pilastro della mia vita, che si è approfondita poi con l’esperienza della Presidenza e c’è una parola del Vangelo che mi guida: “Cercate prima il regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Si è chiesto poi: “Cosa domando a Dio innanzitutto nella preghiera? La pazienza”.

E “la mia preghiera si dirige in tre direzioni, come tre precise categorie: prego perché io possa aiutare chi soffre. Non passa giorno che non ci sia almeno una persona che mi chiede aiuto. Ho sempre davanti a me il testo di Isaia del servo sofferente e la passione di Gesù. Prego inoltre perché io possa essere umile nella mia condotta. Il libro di Giobbe mi ispira: Noi non possiamo intendere tutti i misteri di Dio: per questo dobbiamo rimanere umili dinanzi a Lui. E infine prego perché io possa camminare a fianco di Dio. Ogni sera devo chiedere perdono a Dio per la mia incapacità di corrispondere alla sua parola. E Gli chiedo di aprire sempre nuove vie che io possa seguire, perché voglio dare a Dio nuove possibilità nella mia vita”.

Ha confidato che tutte le mattine nella stanza ovale della Casa Bianca “con due colleghi deputati preghiamo ispirati dalla parola di Dio. E’ un tempo meraviglioso al quale non rinuncio”. Ha concluso così: “Il mio vivo desiderio è essere corretto con Dio e con il popolo americano”. Dobbiamo andare a statisti come De Gasperi e il sindaco di Firenze La Pira per riascoltare parole del genere.

Non so se alla preghiera segue sempre nelle scelte politiche di Obama un’azione coerente, ma certo il coraggio di dire in pubblico la sua fede è un gesto che traduce il senso vero della “laicità”e della libertà radicata nel popolo americano, ben lungi dal laicismo che da noi sembra sempre più irretire le coscienze. Quanto vera è l’affermazione che Randal Wallace, scrittore e regista, aveva fatto poco prima:” la fede è fondamentale nella costruzione di un destino di libertà”.

* Vescovo ausiliare dell’Aquila

Testo di un intervento pubblicato sul settimanale “Il Punto”